martedì 28 gennaio 2014

domenica 19 gennaio 2014

Game over

L'inizio. 
Confuso.
Devo correre.
Perché?
Non ricordo più. 
Non c'è tempo per ricordare adesso. 
Devo correre.
Corro.
Qualcuno mi viene dietro, m'insegue.
Chi è?
Non so.
Non c'è più tempo per pensare. 
Non c'è tempo!
Corro.
Un bivio.
Mi fermo.
Di qua o di là?
Di qua...
o di là...
Presto, presto!
Di qua.
Corro.
Non ce la faccio più.
Corro.
L'orizzonte trema e si bagna. 
Corro.
No! Un muro.
Ho sbagliato strada. 
Ho sbagliato...
Sensazione di freddo alla nuca.
Troppo tardi.
BANG.
Buio.
La fine.


domenica 24 novembre 2013

Di un anello

Fa molto freddo. Il sole è già tramontato e diventa velocemente buio. Le luci dei lampioni e le insegne si accendono. 
Cammino senza fretta. Non so dove sto andando. Non sono mai stata in questa zona di Parigi.
Sono quasi sul punto di tornare indietro quando mi trovo davanti una strada più stretta del boulevard che sto percorrendo: rue du Moulin-des-Près. Il nome mi colpisce. Mi ricorda qualcosa. Ci sono già stata?, mi chiedo. M'incammino su per la strada ma non riconosco nulla. Poi, dal lato opposto del marciapiede, vedo la vetrina illuminata di un piccolo negozio. Attraverso e vado a guardare da vicino. 
Il negozio è minuscolo. Una sola stanza piena di roba diversissima, disposta in maniera disordinata su tavoli e ripiani. Non sembra ci sia lo spazio nemmeno per muoversi, lì dentro. Degli oggetti disposti in vetrina mi colpisce una scatola con degli anelli e un anello in particolare. Resto a osservare per un po'. Quando sollevo lo sguardo, incontro quello della proprietaria, una donna esile, con i capelli neri, la pelle olivastra e una giacca rossa. Mi sorride, mi dice qualcosa attraverso la vetrina e mi indica la porta. Leggo sulle sue labbra: "Vous pouvez pousser la porte et entrer." Le sorrido ma scuoto la testa. Mi sembra un piccolo negozio di antiquariato, quello e immagino che i prezzi siano fuori dalla mia portata. Lei, per tutta risposta, va ad aprire la porticina del negozio e mi ripete l'invito ad entrare, sorridendo. Mi avvicino e le spiego che mi erano piaciuti gli anelli ma che ero sicura fossero troppo costosi per me. "Pas du tout!", mi dice lei e mi spiega che costano dagli 8 ai 18 euro. Entro. Lei prende la scatola e me li fa osservare da vicino. Comincio a provarli. Alcuni sono troppo stretti, altri troppo larghi. Quello che mi era piaciuto subito, invece, mi va alla perfezione. Lo prendo. E mentre lei me lo mette in un sacchettino di carta, cominciamo a chiacchierare. Prendo il pacchetto ma non vado via. Non mi è ben chiaro come sia cominciata ma quella donna dolcissima ha preso a raccontarmi di sé, della sua vita, delle sue esperienze. E io non ho potuto fare altro se non ricambiare raccontandole di me. Parlavamo in francese e in inglese, come ci veniva più semplice. E abbiamo parlato delle lingue straniere, di Parigi, di Londra, del suo lavoro, del mio. Abbiamo parlato della vita e dell'amore e dell'amore per la vita. E dell'amore per l'amore. Abbiamo parlato a lungo. Solo alla fine le ho chiesto il suo nome. Stella. E lei ha chiesto il mio. Quando gliel'ho detto, Tu as de la grâce pas seulement dans ton nom, mi ha risposto. Tu es belle!
L'ho ringraziata. Ci siamo salutate sorridendoci ancora con le labbra e con gli occhi e poi sono andata via. E mi sentivo leggera e  felice e piena d'amore.
E Parigi mi ha finalmente mostrato la sua anima.



venerdì 15 novembre 2013

Della pioggia

Piove.
Apro l'ombrello. L'ombrello nero con i motivi beige che ho comprato a Londra 13 anni fa. Sto tornando a casa. 
La testa galleggia tra i pensieri ma sono pensieri nuovi, leggeri. La pioggia batte sull'ombrello, il vento umido mi scompiglia i capelli sciolti. Ascolto Björk al mio iPod mentre cammino concentrata su me stessa: la punta fredda del naso, il calore della sciarpa attorno al collo, i miei stivali un passo dietro l'altro. Camminerei così all'infinito, riavvolgendomi piano su me stessa, ricordo su ricordo, emozione su emozione, ferita su ferita, sorriso su sorriso.
Potrei morire adesso. Adesso che non avverto il morso del rimpianto. Adesso che l'unica cosa che riesco a sentire è l'amore che mi porto dentro, quello che non finisce mai, quello che mi unisce al mondo. A tutto. Anche alla tristezza.
Vorrei morire adesso. Adesso che cammino sotto la pioggia e mi sento una e sono così felice che piangerei.
Vorrei morire adesso.
E poi rinascere.


lunedì 21 ottobre 2013

martedì 15 ottobre 2013

Dei reggiseni


Mi serve un reggiseno nuovo. 
Entro nel negozio. Chiedo alla commessa e le spiego che io non uso ferretti, push up e altre amenità. Mentre parlo mi dirigo verso una scatola che sembra contenere il mio reggiseno ideale. Lei mi blocca dicendomi: "No, non è quello. Quello è senza coppe."
Cioè? Non ha vinto nessun premio? Che vuol dire senza coppe? (Quanto mi sento ignorante quando si tratta di certe cose di femmine!)
"Che vuol dire?", chiedo con una punta d'imbarazzo.
Lei tira fuori da un cassetto un altro reggiseno, color carne (aborro il color carne!), e mi dice: "E' questo quello che cerchi?" e mi passa un reggiseno con due cose mollicce e imbottite che sembrano delle tette svuotate. 
"No", le rispondo. "Questo è proprio quello che non voglio. Voglio quello." e lo indico con un dito il reggiseno che avevo visto prima.
Lei lo guarda e mi dice con una certa commiserazione: "Ah! Il triangolo semplice di cotone. Quello non regge niente. Lascia la forma naturale del seno." Il suo tono non mi scalfisce: "Esatto! Voglio il triangolo semplice!"
Me lo dovrò ricordare la prossima volta, quello che non regge niente e lascia la forma naturale del seno. Quello che non assomiglia a due tette svuotate. Quello senza ferretti o altri strumenti coercitivi. Quello voglio!
Ma, continuo a chiedermi, che cavolo vuol dire "senza coppe"?



venerdì 20 settembre 2013

Dei ritorni

Sono tornata nella stessa scuola dopo sette anni. E sette anni sono un sacco di tempo.
Gli alunni di allora, loro, non ci sono più (ovviamente) ma ho ritrovato tante colleghe e tanti colleghi, inclusi i collaboratori e le collaboratrici scolastiche che si ricordano ancora di me. Mi hanno abbracciata, baciata, sorriso. Qualcuno mi ha detto: "Ti aspettavamo!" o "Che bello che sei tornata!" 
Ho ritrovato la mia amica L. e abbracciarla forte nella sala docenti è stato bello, più bello che incontrarsi e mettersi a chiacchierare per strada al nostro paese.
Poi c'è l'altra collega d'inglese che non mi ha mai incontrato perché quando ho lavorato in quella scuola è stato proprio per sostituire lei e che per telefono mi dice che ha sentito tanto parlare di me e che non vede l'ora di conoscermi. Pure la dirigente mi dice che, dall'entusiasmo della sua vice, ha dedotto che debba essere una brava docente e quindi si aspetta molto da me. Tutte queste aspettative mi mettono un po' d'ansia perché dovrò dimostrare di esserne all'altezza. Ma è una cosa positiva: sarà uno stimolo costante a dare il meglio di me sempre.
E poi ci sono loro, i ragazzi. Entro in classe e ricomincia tutto un'altra volta, come se la pausa estiva non ci fosse mai stata. Non conosco i loro volti o i loro nomi, non ho con me materiale scolastico ma è come se scattasse qualcosa. Mi sento nel mio ambiente naturale. E so perfettamente cosa fare, cosa dire. 
Alla seconda ora sono in una terza (che cambia per il terzo anno consecutivo docente d'inglese). Alla fine dell'ora c'è l'intervallo. Mentre loro fanno pausa, li osservo e mi accorgo che mi piacciono già tanto. E mi ricordo già tutti i loro nomi.
Mi piace il mio lavoro. Credo mi piaccia sul serio.