venerdì 15 novembre 2013

Della pioggia

Piove.
Apro l'ombrello. L'ombrello nero con i motivi beige che ho comprato a Londra 13 anni fa. Sto tornando a casa. 
La testa galleggia tra i pensieri ma sono pensieri nuovi, leggeri. La pioggia batte sull'ombrello, il vento umido mi scompiglia i capelli sciolti. Ascolto Björk al mio iPod mentre cammino concentrata su me stessa: la punta fredda del naso, il calore della sciarpa attorno al collo, i miei stivali un passo dietro l'altro. Camminerei così all'infinito, riavvolgendomi piano su me stessa, ricordo su ricordo, emozione su emozione, ferita su ferita, sorriso su sorriso.
Potrei morire adesso. Adesso che non avverto il morso del rimpianto. Adesso che l'unica cosa che riesco a sentire è l'amore che mi porto dentro, quello che non finisce mai, quello che mi unisce al mondo. A tutto. Anche alla tristezza.
Vorrei morire adesso. Adesso che cammino sotto la pioggia e mi sento una e sono così felice che piangerei.
Vorrei morire adesso.
E poi rinascere.


lunedì 21 ottobre 2013

martedì 15 ottobre 2013

Dei reggiseni


Mi serve un reggiseno nuovo. 
Entro nel negozio. Chiedo alla commessa e le spiego che io non uso ferretti, push up e altre amenità. Mentre parlo mi dirigo verso una scatola che sembra contenere il mio reggiseno ideale. Lei mi blocca dicendomi: "No, non è quello. Quello è senza coppe."
Cioè? Non ha vinto nessun premio? Che vuol dire senza coppe? (Quanto mi sento ignorante quando si tratta di certe cose di femmine!)
"Che vuol dire?", chiedo con una punta d'imbarazzo.
Lei tira fuori da un cassetto un altro reggiseno, color carne (aborro il color carne!), e mi dice: "E' questo quello che cerchi?" e mi passa un reggiseno con due cose mollicce e imbottite che sembrano delle tette svuotate. 
"No", le rispondo. "Questo è proprio quello che non voglio. Voglio quello." e lo indico con un dito il reggiseno che avevo visto prima.
Lei lo guarda e mi dice con una certa commiserazione: "Ah! Il triangolo semplice di cotone. Quello non regge niente. Lascia la forma naturale del seno." Il suo tono non mi scalfisce: "Esatto! Voglio il triangolo semplice!"
Me lo dovrò ricordare la prossima volta, quello che non regge niente e lascia la forma naturale del seno. Quello che non assomiglia a due tette svuotate. Quello senza ferretti o altri strumenti coercitivi. Quello voglio!
Ma, continuo a chiedermi, che cavolo vuol dire "senza coppe"?



venerdì 20 settembre 2013

Dei ritorni

Sono tornata nella stessa scuola dopo sette anni. E sette anni sono un sacco di tempo.
Gli alunni di allora, loro, non ci sono più (ovviamente) ma ho ritrovato tante colleghe e tanti colleghi, inclusi i collaboratori e le collaboratrici scolastiche che si ricordano ancora di me. Mi hanno abbracciata, baciata, sorriso. Qualcuno mi ha detto: "Ti aspettavamo!" o "Che bello che sei tornata!" 
Ho ritrovato la mia amica L. e abbracciarla forte nella sala docenti è stato bello, più bello che incontrarsi e mettersi a chiacchierare per strada al nostro paese.
Poi c'è l'altra collega d'inglese che non mi ha mai incontrato perché quando ho lavorato in quella scuola è stato proprio per sostituire lei e che per telefono mi dice che ha sentito tanto parlare di me e che non vede l'ora di conoscermi. Pure la dirigente mi dice che, dall'entusiasmo della sua vice, ha dedotto che debba essere una brava docente e quindi si aspetta molto da me. Tutte queste aspettative mi mettono un po' d'ansia perché dovrò dimostrare di esserne all'altezza. Ma è una cosa positiva: sarà uno stimolo costante a dare il meglio di me sempre.
E poi ci sono loro, i ragazzi. Entro in classe e ricomincia tutto un'altra volta, come se la pausa estiva non ci fosse mai stata. Non conosco i loro volti o i loro nomi, non ho con me materiale scolastico ma è come se scattasse qualcosa. Mi sento nel mio ambiente naturale. E so perfettamente cosa fare, cosa dire. 
Alla seconda ora sono in una terza (che cambia per il terzo anno consecutivo docente d'inglese). Alla fine dell'ora c'è l'intervallo. Mentre loro fanno pausa, li osservo e mi accorgo che mi piacciono già tanto. E mi ricordo già tutti i loro nomi.
Mi piace il mio lavoro. Credo mi piaccia sul serio.


venerdì 6 settembre 2013

Del risveglio

Il risveglio è il momento peggiore della giornata. La consapevolezza arriva gradualmente e, man mano che avanza, mi riempie di amarezza al punto che faccio fatica a deglutire. Inconsciamente spero si tratti di un brutto sogno. Frugo tra le pieghe della mente alla ricerca della prova che i ricordi siano sbagliati. Invece no, non si tratta di un sogno. Allora provo a riaddormentarmi, provo a sfuggire alla consapevolezza annebbiando la mente con il sonno, così come ci si sveglia per scacciare un incubo ma è un tentativo inutile. I pensieri hanno cominciato a far rumore. Sono come tarli che bucano il sonno e mi aprono gli occhi con prepotenza. Non mi addormento più.

Il risveglio è il momento in cui vacillo. Vorrei gridare: "Fuorigioco!", come quando ero bambina e giocavamo ad acchiapperello e non ce la facevo più a correre e avevo bisogno di una pausa e interrompere il gioco.
Mi ricordo questo sogno che feci da piccola. Nel sogno c'era il barone Ashura di Mazinga e stavamo combattendo con i robot e tutto il resto. Però si stava facendo tardi e io dovevo fare i compiti. Quindi, a un certo punto, smettevo di combattere e dicevo: "Fuorigioco!" ma il barone Ashura mi faceva prigioniera ugualmente e io mi arrabbiavo e gli urlavo: "Non vale! Ho detto 'Fuorigioco!'. Devo fare i compiti!" E lui mi rispondeva che quello non era mica un gioco che potevo smettere quando mi pareva.

Esatto. Mica è un gioco questo. Mica.


sabato 24 agosto 2013

mercoledì 24 luglio 2013

Dei ricordi che non sono veramente miei


Cosa sono questi ricordi che ho nella testa, queste sensazioni che mi nascono improvvise nel petto? Non assomigliano a niente che abbia vissuto. Eppure sono qui, camminano con me, crescono con me e non appassiscono mai. 
Non devo nemmeno chiudere gli occhi per rivivere tutto. A volte basta un odore, uno scricchiolio, un accenno di musica, la percezione tattile del legno ruvido sotto una mano.
Da dove vengono questi ricordi? Chi li ha messi là? Di chi sono?
L'epoca non è mai questa, è sempre precedente, anche di molti anni, di secoli persino. 
Io non ci sono. Non ci sono mai ma è come se ci fossi. Sempre. Come l'autore con le sue storie. Esattamente: come l'autore con le sue storie. Ma la storia non ha una trama. Ci sono solo frammenti, immagini, istantanee che, in qualche modo, mi appartengono e mi parlano. Di me.