mercoledì 15 agosto 2012

Della confusione

L'incertezza causa confusione. La mancanza di fiducia causa incertezza. Quindi, il problema è la mancanza di fiducia. La facciata non è stata dipinta bene e le crepe si vedono. La soluzione, però, è da ricercare altrove. L'attesa è insostenibile. Soprattutto adesso. Ma neanche allora. E forse, allora, sarebbe stato meglio aspettare. Ma adesso? Mi sento presa in giro. Mi sento una deficiente. La deficiente che aspetta. Nella confusione. Non va bene agire quando c'è confusione. 
Come faccio a ritrovare la quiete?

lunedì 6 agosto 2012

Della distanza

Sole bollente. Anche l'ombra profumata degli alberi non è sufficiente ad allentare l'abbraccio soffocante del caldo. Il corpo diventa molle, i sensi sono intorpiditi, perciò la mente si rilassa, non pensa a niente. Solo, vigila e respira. Non c'è bisogno di far nulla, nessuna urgenza, niente fretta. Sono stesa sotto un albero. Una grossa cavalletta mi salta sul dorso della mano. Cerco di scrollarla via ma quella resta dov'è. La guardo. Le cavallette così grandi mi fanno senso. In genere. Adesso, invece, no. La osservo e mi sembra solo un altro pezzo di questo puzzle del tempo rallentato.
Spesso riempio la mia tazza d'acqua fresca dal rubinetto fuori dalla casetta della fattoria e la bevo con soddisfazione. Lo facciamo tutti. Questa fonte d'acqua diventa il centro della piccola comunità provvisoria. Ci si viene per bere, per lavare le stoviglie o prima, mentre si cucina; per lavarsi i denti, per infilare la testa sotto il getto d'acqua fresca o per sciacquarsi la faccia.
Le tende sono piazzate in maniera disordinata tra gli alberi del boschetto o nelle radure. La mia è nascosta tra gli alberi. Ci si arriva grazie a un piccolo sentiero tra rovi e arbusti. Si sta bene, lì in mezzo. La mattina, quando il sole torna a splendere forte, le fronde degli alberi trattengono un altro po' la frescura della notte. Prima di alzarmi resto stesa nella mia tenda ad ascoltare le cicale. Si sentono solo loro. Ogni tanto arriva la voce di qualcuno che passa lì vicino, suoni pacati, rassicuranti. E quando poi cala la notte, le cicale lasciano la scena ai grilli, la ninna nanna dell'estate. (E a José che russa nella tenda dietro la mia, ma va bene lo stesso.)

Le mie braccia e le mie gambe portano i segni di giornate passate all'aperto, lontana dalle comodità urbane e con pochi vestiti addosso: graffi, lividi, punture di insetto e la pelle che si colora di sole. 

La doccia è uno dei momenti più piacevoli delle giornate afose. Ce ne sono due, una di fianco all'altra, con la struttura fatta di canne. Per terra ci sono dei grossi sassi piatti. I teli appesi all'ingresso garantiscono una discreta intimità ma la sensazione è quella di fare la doccia all'aperto. Che è una sensazione molto piacevole.

E poi arriva la sera fresca e il corpo ritrova l'energia. Si sta insieme, si chiacchiera, si ride, si mangia, si beve vino, si canta, ci si conosce, si assiste incantati allo spettacolo di Vita e delle sue palle di fuoco.
Una sera, mentre aspettiamo la nostra pizza, in fila davanti al forno a legna, Luca mi dice: "Guarda là!", e indica il cielo con un dito. Le stelle. So che ci sono. Mi fermo spesso a guardarle quando vado verso la mia tenda, al buio. Sono tante. Sono luminose e sono belle. Ma è anche bello che Luca abbia voluto condividere questa cosa con me.
E poi c'è la luna che, in questi giorni, splende piena e illumina i nostri passi incerti sul terreno sconnesso, anche senza bisogno delle torce.
E, soprattutto, ci sono gli altri e le altre, incredibili altri e incredibili altre, che occasioni speciali come questa riescono a fare incontrare. I sorrisi s'incrociano, s'incrociano gli sguardi e le intenzioni. Si sta bene.

Andrea mi aveva raccontato che gli era già capitato. Ora capita a me. Dopo solo pochi giorni trascorsi senza guardarmi in uno specchio, rivedere la mia immagine riflessa durante il ritorno a casa è un'esperienza straniante: la donna con la pelle abbronzata e gli occhi rossi di sole che mi guarda dall'altra parte dello specchio sono davvero io?
Torno, ma la mente resta a galleggiare nella campagna ciociara: aria bollente di sole, frinire intenso di cicale, una cavalletta sul dorso della mano, acqua fresca, falò di notte, tante stelle, luna piena, concerto notturno di grilli, alberi, profumo di resina e terra, pranzi messi su con quasi niente, cene tutti insieme, seduti per terra, pizze nel forno a legna, sangria, vino buono, sagra di paese, sorrisi, mani che si sfiorano, occhi che s'incontrano, pensieri che volano leggeri.

L'essenziale. La lentezza. 
La distanza. 
Tra dentro e fuori. Zero. 
Tra questo e il resto. Molta. 
Mondi dentro mondi. Solo gli occhi a raccontare. Ad infinitum.





giovedì 26 luglio 2012

Del pomodoro

Ero una bambina e ogni tanto facevo una puntata nell'orto di papà. Staccavo il pomodoro dalla pianta, lo pulivo un po' con le mani e lo mettevo tutto in bocca per evitare che, mordendolo, il succo schizzasse dappertutto. Schiacciarlo tra i denti, con le guance gonfie, era come provocare una piccola esplosione di sensazioni: il calore profumato del sole mescolato al turgore della buccia e al cuore liquido, succoso, leggermente aspro del pomodoro.
Stamattina non ero nell'orto di papà. Ero nella mia cucina e m'è venuta voglia di mangiare qualcosa. Ho visto i pomodori dell'orto di papà nella coppa sul tavolo. Ne ho preso uno, l'ho sciacquato e l'ho morso piano. Uno schizzo debole. Pochi danni. Non è così che si fa! Remember? Tutto in bocca e... scrunch! La piccola esplosione. E il ricordo di un'infanzia colorata. 
E profumata di pomodori bollenti di sole.

giovedì 29 marzo 2012

Dell'aprire e chiudere parentesi

Aperta parentesi.
Riempio la vasca. Sciolgo i sali da bagno che ho preparato io stessa. 
Il profumo delle spezie si sprigiona in tutta la sua freschezza. 
Cardamomo, cannella e coriandolo. 
M'immergo. 
La musica che mi raggiunge dall'altra stanza è un'onda lieve. 
Chiudo gli occhi. 
Mi dimentico del resto. 
Chiusa parentesi.




martedì 20 marzo 2012

Della giostra impazzita

Certi ritmi sono innaturali. Non mi piacciono e mi fanno male. Il corpo è stanco. Si trascina senza energia, senza entusiasmo. La mente stenta a sollevarsi oltre il tangibile contingente. 
Il lavoro, dice. Ma è giusto che il lavoro diventi totalizzante e arrivi al punto di sostituirsi alla vita stessa? O non è fatta, piuttosto, la vita, di tante piccole cose e non occupa, ognuna di esse, il suo posto e la sua importanza nell'esistenza di ognuno di noi? Non è altrettanto importante il riposo, lo spazio da dedicare a se stessi? Lo spazio e il tempo per non far nulla se non "star stesi sotto un albero a guardare le nuvole"; lo spazio e il tempo per raccogliersi in un angolo comodo e silenzioso ad ascoltare musica o leggere un libro; lo spazio e il tempo per guardare negli occhi le persone alle quali vogliamo bene, senza fretta, senza ansia.
Invece c'è sempre qualcosa da fare, un impegno improrogabile, una necessità apparente a trascinarci lontano da noi. E sento il malessere che mi cresce dentro. Perché trovo che questo nostro modo di vivere sia maledettamente sbagliato. 
Non solo. Come possiamo dedicarci veramente al nostro lavoro e farlo bene se siamo insoddisfatti, se ci sembra che ci manchi l'aria per respirare?
Ma la macchina sociale contemporanea, votata all'iperproduttivà e all'iperattività cieche e senza senso, non prevede soste salvifiche. Come nelle marce forzate dei deportati, chi non ce la fa, muore. Una nuova legge della giungla. Solo che questa giungla non ha niente di naturale e, al termine della marcia forzata, non ci sono premi, non c'è vita. C'è un campo di concentramento che, al suo ingresso, reca l'insegna Arbeit macht frei. E, dopo quello, più niente.
*
Primo anno di università a Bari. Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Il palazzo dov'era ubicata la facoltà era reduce dall'occupazione studentesca dell'anno prima. Il professor Vitilio Masiello stava terminando la sua lezione di Lingua e Letteratura Italiana I (corso monografico su Luigi Pirandello). Aula Belfast (così era stata ribattezzata l'aula A dal movimento della Pantera). I corsi stavano per terminare. Sarà stato alla fine di aprile o all'inizio di maggio. L'aula era gremita fino a scoppiare, come al solito. Le lezioni del professor Masiello erano affascinanti, la sua capacità oratoria impareggiabile. Gli studenti occupavano ogni spazio disponibile (in barba a ogni regola sulla sicurezza). Molti erano seduti per terra, altri si erano arrampicati sul davanzale dei finestroni in fondo all'aula. Io ero strizzata tra un mio amico, collega di corso, e un altro sconosciuto, in uno degli ultimi banchi.
Il professor Masiello ci stava comunicando le date degli appelli d'esame. Il pre-appello era a fine maggio. Mancava davvero poco. Il professore ci disse che avrebbe gradito che ci fosse un buon numero di candidati già in pre-appello. Poi cominciò un discorso che aveva a che fare con l'esame e l'università. Ma non solo. Per me, andò decisamente oltre. 
Il professor Masiello ci disse più o meno così: "Preparatevi per l'esame ma non studiate troppo. Studiate ma non perdete troppo tempo sui libri ché il tempo da non perdere, quello veramente importante, è un altro: è il tempo da dedicare a voi stessi, il tempo per star stesi sotto un albero a guardare le nuvole e a pensare ai fatti vostri. Ci sono delle cose che dobbiamo fare, certo. Ognuno di noi ha i suoi impegni. Ma non sono quelle le cose importanti. Sembrano importanti ma, in fondo, anche se non le facciamo subito, il tempo per fare queste cose, prima o poi, lo si trova. Io, per esempio, ho gli editori che mi stanno addosso. Il libro deve essere pubblicato, ci sono scadenze da rispettare... ma non è importante! Il tempo veramente importante è quello da dedicare a se stessi perché quello, una volta passato, non ritorna. Una volta andato, è perso per sempre. Certo, pagherete per le cose che dovevate fare e non avete fatto. Ci sono delle conseguenze. Gli editori me la faranno pagare se non consegno il libro in tempo. Se voi venite all'esame e non siete preparati, io ve la farò pagare ma... non importa! L'importante è che non perdiate il tempo per voi!"
Quando il professore disse questa cosa dell'esame e che ce l'avrebbe fatta pagare se fossimo stati impreparati, scatenò l'ilarità generale in aula. Ci fu un gran baccano. Ridevano tutti. Credo di essere stata l'unica a non ridere. Quello che il professor Masiello aveva appena fatto era il discorso più sensato, più appassionato e più onesto che avessi mai sentito fare da un adulto fino a quel momento. Ero commossa. Avevo letteralmente le lacrime agli occhi. Quando gli altri si misero a ridere, per me fu come risvegliarmi da uno stato di trance. Ero spiazzata. Mi chiedevo cosa ci fosse di tanto divertente. A me sembrava una faccenda serissima. Così seria che quel consiglio spassionato è diventato uno dei pilastri di tutta la mia esistenza. Non perdere il tempo da dedicare a me stessa. Non perderlo perché, una volta perso, non ritorna. Non perderlo perché è quello che conta davvero. 
Perciò continuerò a pagare a questa giostra impazzita sulla quale siamo saliti tutti (o quasi) quello che c'è da pagare per poter scendere, almeno una volta ogni tanto, e andare a stendermi sotto un albero a guardare le nuvole.






martedì 28 febbraio 2012

Del viaggiare in pullman


Viaggiare in pullman sulla lunga distanza mi piace. Se non devo farlo di notte. Mi piace stare vicino al finestrino per guardare fuori o poggiare la testa sul vetro quando m'addormento. Soprattutto mi piace osservare scorrere il paesaggio mentre io me ne sto rannicchiata tra i miei pensieri liberi ad ascoltare la mia musica. 
Il tragitto in pullman diventa il viaggio in sé; le strade che percorro danno significato al movimento. Non si tratta di dislocamenti immediati, che durano lo spazio di poche ore in ambienti asettici e tutti uguali, come gli aerei o gli aeroporti, che all’improvviso mi trovo da un’altra parte, completamente diversa da quella da cui sono partita. Le trasformazioni graduali del paesaggio indicano l’essenza del cambiare luogo; il trascorrere lento del tempo racchiude il senso del passaggio da uno spazio a un altro.
Io non devo far nulla se non lasciarmi condurre; il corpo abbandonato a un fervido osservare, ascoltare, scorrere. Le urgenze del quotidiano vivere lasciano il posto alle necessità della mente, quelle che spesso si agitano nell’inconscio o trovano spazio nei sogni. Mi racconto storie che non ascolterà mai nessun altro all’infuori di me; mi perdo tra le linee e i colori che si snodano oltre il finestrino e mi ritrovo nell’immobilità fittizia di un orizzonte in fuga. 

giovedì 23 febbraio 2012

They'll see and they'll know, and they'll say, "Why, she wouldn't even harm a fly..."

Alfred Hitchcock è uno dei grandi del cinema. Per me è un fatto oggettivo. 
E siccome è un grande del cinema, sono convita che tutti, anche i più giovani, in qualche modo debbano aver sentito parlare di lui o dei suoi film. Almeno i più famosi, i più citati, i più copiati, i più replicati...
Invece ho recentemente scoperto, con estremo disappunto, che non è così. Quando un mio alunno, l'altro giorno, stentava a leggere il nome di Alfred Hitchcock inserito in un esercizio nel loro libro di testo, mi è venuto spontaneo chiedergli come mai, se non sapeva chi fosse questo tizio. Così ho scoperto che, non solo lui ma, di un'intera classe di dodicenni/tredicenni (25 in tutto), nessuno - dico, n-e-s-s-u-n-o! - sapeva chi fosse Hitchcock o aveva mai visto o sentito nominare uno dei suoi capolavori senza tempo. Questo, per esempio: 




Invece, tutti - dico, t-u-t-t-i! -, conoscevano questo tema:



Come mai? Semplice. Perché l'hanno sentito nel programma televisivo Le Iene un sacco di volte. 
Mi sono esibita in una fantastica performance vocale e mimica che cercava di riprodurre la sequenza. Hanno capito subito! Come sempre più spesso accade, ho sospeso la lezione d'inglese per provvedere a colmare una lacuna culturale inaccettabile.
Ho spiegato chi fosse Alfred Hitchcock e ho raccontato loro la trama di Psycho, descrivendo (con un certo trasporto) alcune scene topiche del film, a partire, appunto, da quella famosissima della doccia:


E poi mi sono soffermata sulla sequenza che ha impressionato in maniera indelebile me quando ho visto il film la prima volta, da bambina. 
La sedia a rotelle che ruota lentamente verso la cinepresa e poi subito zoom sul teschio imparruccato, l'urlo di Lila, la lampadina che, colpita dalla mano della donna, comincia a dondolare in modo sinistro, di nuovo la musica raccapricciante dei violini a definire l'atmosfera della scena, l'ingresso improvviso di Norman travestito da sua madre con il coltellaccio in mano. Mi presi uno spavento infinito, all'epoca. 




I ragazzi si sono appassionati alla storia. Qualcuno ha appuntato il titolo sul diario e ha affermato che sarebbe andato a cercare il DVD alla Feltrinelli. 
Missione compiuta!