venerdì 29 maggio 2020

Delle apparenze

Le apparenze ingannano. 
È un'affermazione banale ma vera. 
Le apparenze sono, appunto, quello che riusciamo a vedere senza andare oltre, senza indagare.
Le apparenze stanno in superficie. Molto spesso tacciono la sostanza. 
Limitandoci a soppesare le apparenze, tracciamo differenze tra noi e gli altri. Differenze evidenti ma spesso irrilevanti. 
Oppure il contrario, vediamo somiglianze nelle quali ci riconosciamo ma che, in fondo, valgono poco.

Eppure continuiamo a usare questo approccio ingannevole per decidere chi ci assomiglia di più. Solo esternamente, però, guardando l'involucro.
E siamo sicuri di vivere nel posto giusto, in mezzo ai nostri simili. 

Ma davvero?

Io, è da un pezzo che non penso più così.
Nascere da una parte invece che da un'altra è una semplice casualità.
È quello che ci capita dopo, mentre viviamo, che ci definisce. Un pezzo dopo l'altro, un colpo di scalpello dietro l'altro. 

Il mondo è un luogo vasto. Da qualche parte - sono sicura - esisterà qualcuno che mi assomiglia veramente. 
Oltre le apparenze.








sabato 23 maggio 2020

Delle cicatrici

C'è stato un tempo quando le cicatrici erano un vanto. Stavano a dire quanto si era vissuto e, soprattutto, quanto avventurosa fosse (o fosse stata) la nostra vita, quanto intrepida ed eroica. 
Era il tempo prima di diventare adulti.
Poi, non si sa bene come, le cicatrici sono diventate il segno dei fallimenti, delle cadute, della debolezza. Evidenze da nascondere o di cui vergognarsi.

Siamo cambiati.
Forse abbiamo dimenticato il gusto sapido che si prova a lanciarsi in imprese spericolate a perdifiato sul sentiero dei nostri anni giovani.
Forse siamo diventati più timorosi, ci sentiamo meno invincibili.
O, più probabilmente, è cambiato lo sguardo che rivolgiamo a noi stessi, condizionati dalle pressioni che ci vengono da questa società ammalata di protagonismo, alla ricerca incessante del successo preconfezionato o della perfezione estetica. 

Oggi ho contato le mie cicatrici. Le ho accarezzate e osservate attentamente. Insieme alle rughe, alle macchie e a tutti gli altri segni che il tempo mi ha lasciato addosso.
Mi è venuta voglia di fare "a gara" con qualcuno, come facevo da piccola. Vediamo chi ne ha di più. Vediamo chi ha vissuto più forte, chi ha rischiato di più. 
Vediamo chi vince!






martedì 19 maggio 2020

Ricominciare

L'ultimo post risale a giugno dello scorso anno. 
Qualcuno legge ancora i blog? 
Questo blog?
Una persona mi ha suggerito di ricominciare a scriverci comunque.

Va bene.
Ricomincio.

Certe volte mi sembra molto difficile essere me. Insistere a voler essere me. Aderire alla forma che mi appartiene, occupare ogni spazio di quello stampo unico. Perché, se mi adeguo a quella forma, non riesco a trovare una collocazione comoda in mezzo a voi altri.
Do fastidio. 
Voglio cose.
Pretendo qualità.

Peso le parole.
"Ma chi ti credi di essere?"
Chi?
Già.
Mi avete confusa. Prima lo sapevo bene, poi mi sono persa per cercare di trovare una collocazione in mezzo agli altri. E non l'ho trovata lo stesso.

Ho scelto la forma di ragionevolezza sbagliata. 
È tardi per provare a vivere in un altro modo?
Da un'altra parte?
Irragionevolmente, istintivamente, pericolosamente?

È tardi per andare alla ricerca del senso del mio essere ancora viva?



mercoledì 19 giugno 2019

Dei punti di riferimento

Placare l'irrequietezza. Trovare la serenità. Ci provo da sempre. Ogni tanto ci riesco. 
Non dura. 
La maggior parte delle volte cerco d'ignorare quella voce che mi pungola da dentro; creo rumore intorno. Ma poi arriva sempre il silenzio e, nel silenzio, non posso far altro se non stare lì ad ascoltarla. 
Quello che mi chiede è di far pace. Con tante cose. Soprattutto mi chiede di far pace con me stessa ma chi ci ha provato sa quanto sia difficile far pace con se stessi. Spesso non basta una vita. 
E poi quella voce mi chiede anche ripetutamente di muovermi, di andare, di staccarmi dal porto sicuro. È la cifra che mi ha sempre contraddistinta, fin da piccola. Lo aveva capito bene mia nonna paterna che mi chiamava zannière, zingara. In passato le davo ascolto con la prontezza dei miei anni giovani. Oggi, prossima al mezzo secolo di vita, oppongo resistenza. Ma, più resisto, più l'irrequietezza aumenta. 
Allora, quando mi sento in trappola e arrabbiata, e mi viene voglia di ruggire come una tigre, sento il bisogno impellente di trovare una sponda, qualcuno che mi ascolti, che mi dica le parole giuste per catalizzare le energie disordinate verso un'unica direzione; quelle parole che sono già dentro di me ma che non riesco a trovare. Ho bisogno di un'amica. (O di un amico.) Ho bisogno di un punto di riferimento.
Ma le amiche (o gli amici) sono esseri umani e, in quanto tali, mutano. O scompaiono. O non sono disponibili. Non possono essere un punto di riferimento. I punti di riferimento devono essere immutabili, coerenti, affidabili. Noi cambiamo, come è giusto che sia. Loro non possono, non devono. 
Nel tempo ne ho trovati diversi. Pochi, a dire il vero, ma abbastanza perché smetta di ruggire. Abbastanza perché mi senta riconosciuta e compresa.
Stamattina ho avuto bisogno di uno di loro. Di un libro. Il mio testo sacro. L'ho tirato fuori dalla mia libreria e ho detto: "Vieni! Ho bisogno di te."
I libri raccontano sempre la stessa storia, con le stesse parole. Eppure noi cambiamo e, ogni volta che li rileggiamo, leggiamo una storia diversa che ci parla sempre nello stesso identico modo. E, finalmente, trovo le parole che mi servono. E mi sento riconosciuta e compresa.


Mentre creiamo, questo essere selvaggio e misterioso ci crea a sua volta, colmandoci di amore. Siamo evocate come le creature sono evocate dal sole e dall'acqua. Siamo rese tanto vive da poter a nostra volta dare vita. Esplodiamo, ci dividiamo e ci moltiplichiamo, ci fecondiamo, coviamo, distribuiamo, doniamo. [...] Quando in un modo o nell'altro la creatività rimane stagnante, il risultato è sempre il medesimo: fame di freschezza, fragilità della fertilità, nessun posto in cui le forme di vita più piccole possano vivere negli interstizi tra le forme di vita più grandi, nessun nutrimento per le idee, nessuna vita nuova. Allora ci sentiamo male e desideriamo allontanarci. [...] Stare con le persone vere che ci riscaldano, che approvano ed esaltano la nostra creatività, è essenziale al flusso della vita creativa. Altrimenti ci congeliamo. [...] Se avete perduto il fuoco, la concentrazione, sedete e state quiete. Prendete l'idea e cullatela. In parte tenetela e in parte buttatela, e si rinnoverà. Non vi occorre null'altro.
~ Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi 




venerdì 12 gennaio 2018

Delle dighe che crollano

La prima forma di protezione è far finta di non vedere, ignorare, negare.
È uno stadio che può durare a lungo. In alcuni casi, non finisce mai.
Ma, quando finisce, la presa di coscienza, il riconoscimento, è improvviso e le conseguenze di ciò sono ineluttabili. Come una diga che crolla. Le crepe c’erano, ben visibili, ma sono state ignorate. E la diga, alla fine, ha ceduto. Tutto quello che c’era al di là della diga viene travolto dalla potenza dirompente dell’acqua trattenuta a forza nel bacino. Una vastità di lacrime. Bisogna piangerle tutte prima che ritorni la quiete; prima che l’acqua occupi lo spazio che le è naturalmente proprio e si plachi.
Ma anche dopo, quando le lacrime sono state piante tutte, bisogna affrontare la distruzione che il crollo della diga ha comportato; contare i morti e i feriti gravi, gli alberi abbattuti, gli animali trascinati via, la terra mangiata dall’acqua, sommersa. Un disastro. 
Eccetto che per l’acqua che, finalmente, ha rotto i muri troppo stretti che la trattenevano e ha potuto scorrere liberamente, prendere più spazio. Tutto quello che ha potuto. Tutto quello che naturalmente le appartiene. Gli uomini l'avevano intrappolata per poter disporre della sua energia, per soddisfare i propri bisogni. Ma sono diventati superficiali e arroganti. Hanno ignorato le crepe, i cedimenti strutturali. E l’acqua ha rotto la diga.

L’acqua ha rotto la diga.
Forse non è il caso di costruirne un’altra. Non ancora. Prima bisogna imparare a costruire meglio le dighe.



giovedì 17 agosto 2017

Del leggere



Ho comprato il libro On Reading di André Kertész. Un libro fotografico nel quale l'autore ungherese celebra l'arte solitaria del leggere. Pubblicato nel 1971, raccoglie immagini scattate tra il 1915 e il 1970. Il 1915 era un secolo fa. Nel 1971 sono nata io. E, infatti, le foto contenute nel libro raccontano di un altro mondo. Un mondo del quale io ho avuto solo un piccolo assaggio nei primi anni della mia vita. Poi ha cominciato a cambiare, quel mondo. Rapidamente, sempre più rapidamente. Così rapidamente che ormai si è sempre in ritardo su tutto. E noi, affannati, gli corriamo dietro.
Le immagini di Kertész, invece, raccontano dei tempi dilatati del leggere; raccontano di pause e silenzi; di spazi interiori dove la fretta, l'impellenza, le pressioni di fuori scompaiono. Scompare il rumore, scompaiono le folle.
Venice. September 10, 1963
Era anche un altro tempo, sicuramente. Un tempo per il quale, però, provo un'istintiva nostalgia. Nonostante le atrocità che hanno avuto luogo nel secolo scorso, nonostante le ingiustizie e le brutture di cui è stato testimone quel tempo, c'era anche una bellezza autentica (nei gesti, nei volti, nei modi) che oggi faccio fatica a ritrovare. 
A pagina 23 c'è l'immagine di un uomo, per strada a Venezia, seduto su una scalinata, il soprabito sotto il sedere, intento a leggere. Un gatto sonnecchia accoccolato non distante dall'uomo che legge. Ho sorriso quando mi sono trovata la foto davanti. Ho sorriso istintivamente. Ho provato un'istantanea serenità e poi il desiderio intenso di essere lì, su quella scalinata, con il gatto e il libro e la strada deserta. Un respiro profondo di sollievo.
L'autenticità è la chiave di volta. Gli scatti di Kertész sono pieni di poesia ma è una poesia autentica, non ricercata, simulata, posticcia. 
Forse oggi risento troppo di questo tempo sempre più caotico, frettoloso e volgare. La cafoneria e l'apparenza vuota dilagano. Io mi sento fuori posto ché non ho voglia di fingere di essere felice e di divertirmi a più non posso. E non ho nemmeno voglia di sgomitare per farmi spazio tra la folla. Piuttosto mi ritiro in un angolo e faccio silenzio. Prendo un libro e, attraverso le sue pagine, vado dove mi piacerebbe essere. Vado altrove. Nel mio altrove. Perché, quando i riflettori si spegneranno, quando il chiasso diventerà una flebile eco e avrà ceduto spazio al silenzio e al vuoto, io, almeno, avrò ancora un posto dove andare.


Hospice de Beaune, France, 1929

domenica 30 aprile 2017

Dell'attesa breve

C'è un cuore che batte. 
tutum
tutum
Lei chiude gli occhi. 
tutum 
Lui l'abbraccia. 
tutum 
Lei poggia la testa sul petto di lui. 
tutum
Il vento fa sollevare la tenda della finestra aperta. 
tutum
Lui dice: "Non piangere." 
tutum
"Non piango.", dice lei. 
tutum
tutum
Lei si scosta, lo allontana da sé. 
tutum
Lo guarda negli occhi. 
tutum
"Non piango, vedi?", ripete.
tutum
"Ciao, allora.", dice ancora. 
tutum
Lui la prende per un braccio mentre lei si muove per uscire dalla stanza. 
tututum tututum tututum tututum...
Lei libera il braccio dalla stretta di lui. "Ciao.", ripete.
tututum tututum tututum tututum tututum...
Lei esce. Si chiude la porta alle spalle. 
Lui resta solo nella stanza. 
Il vento solleva ancora la tenda.
Silenzio.


venerdì 25 novembre 2016

Del sonno sprecato

La grande questione nella vita è il dolore che causiamo agli altri, e la metafisica più ingegnosa non giustifica l'uomo che ha lacerato il cuore che l'amava.
~ Benjamin Constant, Adolphe

Metto le mani sulla pancia, subito sotto l'ombelico, la sinistra sulla destra. Cerco di trasmettere calore al mio secondo cervello attraverso gli strati molli che lo ricoprono, ché il primo, di cervello, è protetto da una corazza più dura e non è facile raggiungerlo.
Provo a placare almeno quello, il secondo. Che magari mandi un segnale a quello dei piani alti, che gli faccia sapere che è indispensabile lasciare andare, che l'amichetto al centro è già affaticato di suo e qui bisogna agire tutti insieme, compatti, se non vogliamo mandare tutto in vacca un'altra volta.

Piove. Giustamente. Ci vuole la scenografia giusta in questi casi. Il sole guasterebbe l'atmosfera cupa.

Chiudo gli occhi alla ricerca di immagini salvifiche, di ricordi che mi facciano sorridere dentro, che mi restituiscano serenità. Il primo ricordo è inaspettato: io bambina che gioco in un'aia d'estate. Poi i ciclamini in un bosco. Il profumo del bosco. Poi io che cammino a braccia spalancate sul percorso dell'acquedotto e respiro avidamente l'odore d'autunno...  
I pensieri molesti mi raggiungono a tradimento, come un'interferenza a disturbare il programma sul quale sono sintonizzata. Mi aggrappo caparbia alla memoria buona: il deserto, il deserto, il deserto, il deserto...
Niente da fare. Mi arrendo. Smetto d'inseguire i pensieri felici e di combattere quegli altri che mi saltano addosso da tutte le parti.

"La mente è tutto.", mi disse una volta un amico che poi dimenticò di avermelo detto e, quando glielo ricordai molti anni dopo, si mise a ridere come se gli avessi raccontato una barzelletta ché, disse, non era sicuro che fosse esattamente così. 
Eppure io, da quella volta che me lo disse, ci ho pensato spesso, soprattutto quando era un altro organo a far male o a far rumore. Mi chiedevo se, alla fine, non dipendesse tutto dalla testa, se non fosse sempre e solo colpa sua. 
E penso pure che, se riuscissi a capire davvero come funziono, se scoprissi dove si trova il pulsante da schiacciare in caso di emergenza, almeno eviterei di trascorrere notti insonni, ché il sonno è sacro e sprecarlo così è il peccato più grande.



sabato 21 maggio 2016

Dell'invisibilità fertile (come Rocky Balboa)




Ci sono delle situazioni nelle quali si diventa invisibili. Gli altri ci vedono, in realtà. Ci guardano. Magari ci rivolgono anche brevemente la parola. Ma siamo lo stesso invisibili. Come spie. La nostra vera identità ben celata dietro l'anonimità di facciata.
Capita in circostanze particolari. Mettiamo il caso che sia notte e ci troviamo da soli in un luogo molto comune che non abitiamo di frequente. Un ospedale, per esempio. Come pazienti.
Ecco. Quindi, è notte, io mi trovo a passeggiare mollemente in vestaglia e pantofole per la corsia deserta del mio reparto ospedaliero, ascolto musica con gli auricolari e mi sento invisibile.
Dalle porte aperte delle stanze di degenza filtrano luci, rumori, versi, voci. Ogni tanto un'infermiera o un'altra paziente o, più spesso, una parente di una paziente attraversano il corridoio o ci si affacciano per poi scomparire di nuovo all'interno della propria stanza. In fondo al corridoio, le porte di emergenza sono specchi quadrati trasparenti che mi rimandano l'immagine di me che passeggio mollemente in una corsia d'ospedale e brandelli notturni del policlinico, con le sue ombre dense, i punti di luce disordinati e l'orizzonte in fuga.
Questa specie d'invisibilità è come accedere ad un ambiente sconosciuto, esserne immediatamente assorbiti e ricevere, in cambio, un luogo d'osservazione privilegiato. E le passeggiate molli in vestaglia e pantofole ascoltando musica diventano riflessioni emozionanti sulla vita. Perché io, il mio intervento (l'ennesimo), l'ho già fatto e sono già in piedi, con la paura alle spalle. E me lo posso permettere, d'impiegare il mio tempo a fare riflessioni emozionanti sulla vita, ammantata della mia invisibilità. Mi posso permettere di ascoltare Fink, provare sollievo, sentirmi nascere spontaneo un sorriso sulla faccia pallida e mettermi a ballare perfettamente al centro della corsia vuota e buia sulle mie gambe incerte, tra barelle e carrelli allineati contro il muro, mentre, dietro le porte accostate delle stanze di ricovero, altre vite continuano la loro personale lotta contro il tempo. Posso rincorrere l'orizzonte in fuga oltre i vetri delle porte d'emergenza, tuffarmi nella densità delle ombre della notte, incantarmi ad osservare il silenzio al neon dei raccoglitori dei rifiuti speciali e sentirmi pronta ad abbracciare un nuovo capitolo della mia vita, così come s'abbraccia il mare: con un tuffo.
E con la stessa ineluttabilità che mi ha trasmesso M. quando ci siamo incontrate in stanza domenica scorsa. Ché lei ha un carcinoma ovarico con metastasi sparse e non c'è più niente da operare. Cerca di star meglio con cicli di chemio e dice, con il tipico accento italo-albanese di prima generazione, vado avanti finché questo corpo me lo permette, che altro posso fare? Ha pochi anni più di me ma sembra più vecchia, i capelli con un taglio cortissimo che me la fa sembrare tanto punk e m'ispira simpatia. Non l'ho sentita o vista lagnarsi mai, nemmeno una volta nel tempo che siamo state vicine (è uscita e rientrata in ospedale due volte mentre c'ero ricoverata anch'io. Una di casa, praticamente). Le piace tanto chiacchierare e raccontarsi e scherzare e far filosofia spiccia. Quando mi ha raccontato la sua storia, non sono riuscita a trattenere le lacrime e mi sono messa a piangere e lei mi ha chiesto scusa, che non voleva farmi piangere e io volevo risponderle: "Ma come cazzo si fa a non piangere con una storia così?!", però, per rispetto, ho omesso di dire "cazzo".
Poi mi ha anche detto: "Quando ti senti giù, pensa a me che sto peggio di te!"
No. Non lo farò. Non così. Perché sentirsi bene in questa vita non può dipendere da quanto male stiano gli altri, per potersi annoverare tra i "fortunati". E perché, ripensandoci, ha ragione la mia amica Grazia che, giusto poco tempo fa, mi ha detto che, secondo lei, forte non è chi non cade mai ma chi riesce a rialzarsi ogni volta che cade. 
Come Rocky Balboa. Una, due, tre, dieci, cento, mille volte. Alla fine, quello che bisogna veramente imparare a fare non è restare in equilibrio per non cadere e nemmeno imparare a cadere meglio, no. La sfida più difficile è proprio trovare quella ragione valida per rimettersi in piedi quando si cade. Ogni volta. Soprattutto quando si comincia a cadere sempre più spesso e a farsi sempre più male. Pensare a chi sta peggio non serve, in quei momenti là. Può aiutare a ridimensionare le proprie tragedie personali ma non è quella la mano forte che ti risolleva da terra. Ti dibatti nel dolore come una disperata, continui a chiederti inutilmente perché, cerchi una via d'uscita e non la trovi e cominci a pensare che sia inutile rimettersi in piedi, per chi, per cosa, tutto questo dolore, tutti questi fallimenti, tutti questi desideri irrealizzati e irrealizzabili ormai, tanto vale restare qua. Invece, se continui a trovare quel motivo che ti fa scuotere la testa come un cavallo, ti fa puntare gli zoccoli per terra e ti costringe a tirarti su, non perché ci sono quelli che stanno peggio di te, ma perché lo vuoi, perché ci credi, ancora e ancora, nonostante tutto, ecco, allora sei forte. Come M.

And the truth begins...



venerdì 27 novembre 2015

Del fare cose da sola

Mia madre non capisce il fatto che io faccia cose da sola. Ma, ancora di più, non capisce il fatto che mi piaccia fare cose da sola. 
Quando le dico che ho fatto una cosa o sono andata da qualche parte, subito mi chiede: "Con chi?" 
E io: "Da sola."
E lei: "Come 'da sola'?"
E mi guarda come se fossi una poveretta.

Anche oggi ha fatto così, quando le ho detto che ieri, a Bari, al cinema, c'ero andata da sola.
Allora ho provato a spiegarglielo, che mi piace veramente fare le cose da sola. Anzi, che c'ho proprio bisogno di fare le cose da sola ogni tanto, che mi fa bene, che mi rilasso.
Le ho detto: "Sono stata benissimo. È stata una giornata perfetta!"
Gliel'ho raccontata. 
Le ho raccontato del pranzo a base di rigatoni, purea di fave, rucola, gamberetti e pomodorino consumato nella tavola calda dove vado di solito quando mi tocca pranzare fuori, del fatto che non ho trovato pioggia per strada (anzi, a un certo punto, c'era persino il sole) ma ho trovato subito parcheggio al Park&Ride di Pane e Pomodoro e pure la navetta pronta che è partita non appena sono salita a bordo. E poi le ho raccontato del muffin caldo che ho preso in via Sparano, servito da una ragazza gentilissima dal viso simpatico. E degli slip che ho comprato mentre c'era una tizia che mi parlava convintamente in georgiano, dei libri che ho preso alla Feltrinelli e del fatto che al cinema c'era gente educata e civile e che ho potuto guardare in versione originale il film che inseguivo da un po' in una sala silenziosa e attenta. Che poi son tornata tranquillamente alla navetta, all'auto e al paesello con un sorriso beato stampato sulle labbra. Che, arrivata al paesello, mi sono fermata al mio bistrot preferito, ho preso qualcosa da mangiare che ho portato via con me, sono tornata a casa e mi sono versata un bicchiere di vino rosso a giusta conclusione di una giornata perfetta. E che, infine, mi sono addormentata placidamente, come una bambina buona.
Lei mi ha ascoltata con interesse. 
Magari questa volta l'ho convinta.

venerdì 26 giugno 2015

Della seconda puntata



Erano passati tre anni da quel giorno in cui era restato seduto a lungo sul sasso a chiedersi se non fosse il caso di cambiare strada.
Non aveva cambiato strada. Non allora.

Un giorno, una donna che incontrò lungo il cammino, gli disse che, secondo lei, quando le cose sono troppo complicate, quando, per quanto ci sforziamo di andare in una certa direzione, gli ostacoli non accennano a diminuire ma, anzi, si fanno sempre più difficili da superare, allora vuol dire che quella non è la strada giusta.
La considerazione suonava come l’eco di un pensiero che l’aveva visitato più volte negli ultimi anni. Ogni volta che era caduto rovinosamente, ogni volta che gli era arrivata una frustata improvvisa, ogni volta che si verificava un avvenimento che veniva immediatamente percepito e interpretato come un evento sfortunato, si era chiesto se non fosse, invece, l’esatto contrario: un’occasione propizia per cambiare percorso. 

S’era immaginato la vita che lo prendeva di peso mentre lui percorreva la strada principale nel bosco e lo scaraventava malamente su un altro sentiero e gli urlava: “T’ho detto di no! Non è di là che s’arriva a casa!” Ma lui, ogni volta, s’era rimesso in piedi ed era tornato testardamente sulla strada principale.

Adesso, per l’ennesima volta, la vita ci stava riprovando. L’aveva ripreso di peso e l’aveva scaraventato un’altra volta da un’altra parte. Era stata molto violenta stavolta, la vita. Aveva dovuto esserlo perché lui era veramente testardo. 
A quanto pare, però, era servito. Ci aveva messo un po’ a rimettersi in piedi e a curarsi le ferite ma non aveva più nessuna intenzione di ritornare sulla strada principale. Troppi ostacoli. Troppo male. Troppa fatica. Nessun obiettivo che valesse veramente la pena. Nessuna casa all’orizzonte. Tanto valeva provare un’altra strada.

(Fine seconda puntata)

Petra, Giordania, Gennaio 2015


lunedì 18 maggio 2015

Del prosciutto di Parma

Dico subito una cosa per fugare ogni dubbio a proposito di come la penso: la scuola italiana, così com'è, non va bene. 
Per esempio, non funziona la struttura organizzativo-didattica, non funzionano la formazione e il reclutamento degli insegnanti, non funzionano la logistica e le risorse (umane più che tecnologiche) in dotazione agli istituti. Insomma, io, la scuola, la rifarei tutta da capo.
Detto ciò, il DDL che si sta facendo approvare in questi giorni non risolverà nessuno dei problemi della nostra scuola. Anzi, non farà altro che aggravarne lo stato di salute.

Questo DDL, cosiddetto della "Buona Scuola", (e, ogni volta che lo dico, mi viene da sputare per terra ché è vero piuttosto l'opposto) è solo l'ultimo tentativo di smantellare il nostro sistema d'istruzione pubblica a favore di un modello aziendalistico-privato che, anziché ispirarsi a un'idea di società democratica, pluralista, inclusiva, equa e collaborativa, vira prepotentemente verso l'affermazione dell'individualismo, della competitività, della gerarchizzazione, del pensiero acritico.
In questo DDL (che dice di voler promuovere la "Buona Scuola") non si spende una sola parola a proposito dell'insegnamento in sé. Per esempio, non c'è nessun riferimento a nuovi strumenti o strategie o interventi per il recupero del disagio scolastico. Non si parla né di programmi, né di sperimentazione didattica.

Invece, secondo Renzi & co., la Buona Scuola si avrà miracolosamente perché (contrariamente a quanto continuano ad affermare arrogantemente su tutti i media che riescono a controllare) la posizione dei docenti diventerà permanentemente precaria (la posizione di tutti i docenti, cioè, non solo quella delle poveracce come me che, ormai, la parola PRECARIA, ce l'hanno stampata a fuoco su una chiappa, tipo Prosciutto di Parma). 
La nostra scuola, grazie a questo DDL, migliorerà perché deciderà tutto il dirigente scolastico (c'erano una volta i presidi!). Sentito il parere del collegio dei docenti e del consiglio d'istituto, certo. "Sentito il parere". Poi il dirigente farà, comunque, a capocchia sua. E se il parere degli organi collegiali era un altro, be', ci s'attacca al tram. 
Ché, poi, è quello che sta succedendo adesso tra Renzi e il mondo della scuola. Né più, né meno. "Parlate, vi ascolto." "Guarda, Matte', non siamo proprio d'accordo con questo DDL. Così la scuola la sfasci completamente." "Ok, grazie, ho capito ma facciamo lo stesso come ho deciso io! Se non vi fosse ancora chiaro, ve lo rispiego meglio con una lavagnetta e due gessetti colorati."
E la democrazia? La democrazia è bella che finita.

E poi che la piantino con la storia delle 100.000 assunzioni! Io non voglio elemosine. "Guarda che bravi che siamo!", dice. "Ti assumiamo!" 
Ma a che condizioni volete assumermi, avvoltoi che non siete altro! Voi, millantatori della peggior specie! 
Io ho maturato il diritto di essere assunta. 12 anni fa lo Stato mi ha garantito che mi avrebbe assunta. 12 anni fa! Ma quello che propone adesso questo governo è un ricatto bello e buono. 
"Ti assumo ma devi rinunciare a questo diritto e a questo e a quest'altro..."
Sapete che c'è? C'è che i ricatti mi fanno schifo. Soprattutto quelli di Stato.

Il risultato più immediato di questa riforma sarà quello di demotivare pure gli insegnanti che, finora,  (per usare una raffinata espressione francese) si sono fatti il culo a quadretti colorati per la scuola; quei docenti che, come me, non hanno bisogno di due spiccioli in più in busta paga per sentirsi valorizzati o gratificati. Il mio merito, la mia gratificazione, io, me li guadagno sul campo, in classe, tra i ragazzi. Quello che pretendo dai miei datori di lavoro è, invece, uno stipendio dignitoso, non l'elemosina di qualche bonus elargito a vanvera. 
Pretendo, inoltre, di poter svolgere la mia professione in condizioni ottimali, confortata dalla consapevolezza di avere un riconoscimento sociale per il ruolo importante e delicato che ricopro, piuttosto che ritrovarmi a dover investire gran parte delle mie risorse a dribblare i continui tentativi di fallo a gamba tesa da parte del Ministero per il quale lavoro o a difendermi dagli attacchi indiscriminati del popolino nostrano, roso da una immotivata (ma sapientemente fomentata) avversione sociale nei confronti della mia categoria. 

Il risultato più immediato di questa riforma, quindi, sarà quello di creare una folla di docenti senza più entusiasmo e determinazione. Naturalmente, i "ricchi premi e cotillons" previsti dal DDL andranno ai soliti noti dalle lingue lunghe foderate di velluto, che continueranno a lavorare come al solito (generalmente, poco e male). Quelli che cadono sempre in piedi perché la coerenza è un concetto sopravvalutato e l'unico principio a cui attenersi scrupolosamente è "Io penso per me. Che gli altri s'arrangino!". 

Quanto a me, probabilmente mi terrò la parola PRECARIA tatuata su una chiappa e forse mollerò questo lavoro al quale ho dato tanto e che mi ha dato tanto, perché non ho vocazione da suddita.
Voi, intanto, continuate pure a contestare allegramente agli insegnanti e agli studenti 'sti cazzo di tre mesi di vacanze all'anno. E siate felici!




lunedì 30 marzo 2015

Di una mia missione speciale

Trovo piuttosto divertente quando vengono a colloquio da me i genitori (mamma o papà, ma più spesso mamma) di alunni che non si possono definire esattamente "studenti modello" (diciamo così). 
In realtà, la maggior parte di loro non ha bisogno di questo colloquio. Sono anni che si sentono ripetere sempre la stessa storia, con irrilevanti varianti sul tema. In cuor loro sperano, contro ogni evidenza, di ricevere informazioni diverse dal solito ma sanno perfettamente che si tratta, appunto, di una speranza vana.
Ce ne sono di due tipi. Il primo è quello dei genitori rassegnati. Hanno l'aria di chi non vede l'ora che sia finita. Mentre parli, lo vedi che sopportano stoicamente e annuiscono e ti danno ragione ma vorrebbero essere altrove. Alcuni ti assicurano che, non appena tornano a casa, si faranno sentire. Minacciano punizioni apocalittiche (o, più semplicemente, un sacco di legnate). Altri non ci provano nemmeno. Si sono arresi da tempo e te lo dicono senza mezzi termini, come se fosse una liberazione: "Non so che farci! Ci ho provato in tutti i modi ma è inutile!" Una resa incondizionata al nemico. A tutti e due: prole e insegnanti.
Il secondo tipo, invece, è quello dei genitori che, pur sapendo perfettamente quello che c'è da sapere a proposito dei propri figli, piuttosto che sopportare inermi i colpi al cuore, sono pronti a dar battaglia, a difendere la propria genia con ogni mezzo. Ti vengono incontro con sguardo cupo, determinato e un cipiglio di sfida che dice: "Avanti! Sono pronto/a". Controbatteranno ad ogni tuo appunto cercando di ribaltare la conversazione di modo che sia tu a doverti difendere. Hanno abbracciato definitivamente la filosofia per cui la miglior difesa è l'attacco. Aspettano solo che tu lanci il guanto di sfida.
Ecco, sono questi i genitori che mi piacciono di più. Soprattutto quando c'incontriamo per la prima volta e ignorano chi hanno di fronte.
Mi fissano dritta negli occhi. Non distolgono mai lo sguardo. Mi ascoltano e mi studiano con la fierezza del guerriero. E io dico quello che devo dire. Sempre. Senza fare sconti. Però sono convinta che il modo in cui le cose vengono dette riesca a fare miracoli. Sono convinta che, raccontare quello che non va, debba sempre essere accompagnato dal racconto di quello che invece funziona o che potrebbe funzionare. E che tutto possa essere reso meno pesante sdrammatizzando un po'.
Così mi piace un sacco notare come, mentre parlo, gli sguardi sembrino dapprima un po' sorpresi (quasi a chiedersi se non li stia prendendo in giro), di come poi si addolciscano e, alla fine, sempre (sempre da dodici anni a questa parte) si aprano in un sorriso. A volte mi sento persino fare commenti di apprezzamento, tipo: "Vedi? Hai una professoressa giovane e simpatica. Fa pure le battute! E datti da fare, no?" Ci salutiamo sorridendoci e stringendoci la mano. Poi li osservo allontanarsi un po' più leggeri. 
Questi sono i momenti in cui sono veramente orgogliosa di me stessa. Se fossi due, una di me mi darebbe una pacca sulla spalla e mi direbbe: "Ottimo lavoro, babe! Anche questa volta siamo riusciti a mandare a casa i genitori con un sorriso!"


sabato 28 febbraio 2015

Di una celebrazione

27 febbraio di venti anni fa. 
Polly Jean pubblicava il suo lavoro più bello.
Esco di casa per andare al lavoro. Lo porto con me. 
Il muso della mia macchina si affaccia oltre la porta del garage. La musica parte.

I suoni s'infilano sotto la pelle come serpenti e risvegliano emozioni addormentate.
Il sangue comincia a far rumore. I muscoli pulsano. Il respiro si fa largo. La voce si mischia a quella di Polly Jean.
Guido ma l'abitacolo dell'auto mi contiene a stento.

Salto le tracce. C'è lei che mi chiama forte.

Over
Under
Die of
Pleasure

La pelle si squarcia. I muscoli si tendono. Il petto è un tamburo. Gli occhi sono dappertutto.

You wanna hear my long snake
moan!
You oughta see me crawl my
roar!

Come posso essere ancora seduta qui? Sono precipitata dentro e sono anche oltre l'orizzonte. Sono me stessa di oggi e tutte le me stessa che mi hanno accompagnato fino a qui. Batto con le mani sulla coscia, sul volante. Scuoto la testa. 

Moan! 
M O A N !

Pelle d'oca. Occhi lucidi. 
Il concerto a Firenze quello stesso anno, a novembre. 
Polly Jean sul palco. Felina, sinuosa, con la sua voce potente.

Little fish big fish swimming in the water
Come back here, man and gimme my daughter

Sento i capelli che mi si rizzano sulla testa. Credevo d'aver dimenticato. Credevo d'averle perse. Invece no. La tempesta le ha riportare in superficie. La voce di PJ le fa vibrare.
Rabbrividisco per il piacere. Stacco le mani dal volante. Tengo il tempo con tutto il corpo. Voglia di esplodere nella musica.

E poi arriva lei, il gran finale.
Cantiamo insieme, io e PJ.

'Cause I've cried days
I've cried nights
For the Lord just to send me some sign
Is he near? Is he far?
Bring peace to my black and empty heart
So long day
So long night
Oh Lord, be near me tonight
Is he near? Is he far?
Bring peace to my black and empty heart.

Profonda commozione.